Un cancello rimasto aperto, due cavalle e due asini in libera uscita. E una sosta che Frida non dimentica mai: quella davanti alla porta della vicina. Piccole storie di vita con i cavalli, tra le colline umbre.
Lo sappiamo tutti: con i cavalli non c’è niente come avere delle buone abitudini.
Prima di tutto quelle relative alla sicurezza, certo. Ma ce ne sono anche di quelle che, magari in modo imprevisto, ti salvano la situazione.
Come è capitato qualche giorno fa a chi scrive queste righe, e come mille volte sarà capitato a qualcuno dei nostri lettori.
Immaginatevi la scena: una casa di campagna in mezzo alle colline umbre. Tra quello che è diventato un ufficio da remoto e le scuderie, con il recinto del pascolo di due cavalle e due asini, ci sono dieci metri in linea d’aria.
Verso il tardo pomeriggio la vicina di casa, con cui condividiamo il cortile, chiama con un lieve accenno di agitazione: «Ma venga un po’ a vedere chi c’è qua!…».
Mollo la tastiera del pc, giro l’angolo di casa e… c’è una delle cavalle Bardigiane, Frida, che molto composta e sugli appiombi è ferma davanti alla porta-finestra della cucina della vicina.
Ferma, tranquilla, in fiduciosa attesa: perché lì, ogni volta che esco in sella per una passeggiata nei dintorni, mi fermo a salutare Giuseppina, che sempre dà alla cavalla di turno un pezzettino di carota, o di mela, o uno zuccherino.
Mentre sto lì, sorpresa ma allo stesso tempo sollevata, a guardare Frida, arriva a un galoppino contenuto anche l’altra cavalla, Nuvoletta.
Lei è più giovane, fa vedere tutto l’entusiasmo per questa piccola gita fuori programma sgroppettando e si ferma, rispettosa, tre passi dietro Frida.
A guardare la scena ci sono i due asini sardi, Agostino e Lucrezio, che ostentano un’aria scandalizzata, come per dire: «Guarda quelle, sono scappate, che vergogna!».
Perché per loro, ovviamente, la regolare uscita quotidiana che fanno dal recinto del pascolo, strisciando sotto le molle dei cancelli, non è una volgare fuga, ma una necessaria escursione per il controllo dello status quo.
Mi riprendo dallo stupore, accarezzo Frida e, con quello che ho a disposizione sul momento, improvviso: tolgo la cintura dai jeans e gliela passo attorno all’incollatura. Dico bravi a tutti, perché sono lì tranquilli insieme, e mi incammino verso le scuderie.
Frida a mano, gli altri dietro in fila indiana, tranquilli e sereni, non tagliano nemmeno le curve lungo il sentiero che porta verso il loro legittimo box.
La mattina chi aveva aperto i cancelli del recinto vicino alla scuderia per passare non li aveva richiusi. E le cavalle, nel rientrare alla sera dal pascolo, ne avevano approfittato per fare una gitarella straordinaria.
Avevano tutto il bosco, l’uliveto e anche la vigna a disposizione per andarsene a giro. Fortunatamente la strada, qui, è troppo lontana e separata da una rete continua per essere un pericolo.
Ma Frida per prima cosa ha puntato, come d’abitudine, alla casa di Giuseppina: perché prima di andare in giro si deve passare da lei, che ha sempre qualcosa di buono per una brava cavallina gentile.
Storie molto piccole, molto comuni, che conosciamo bene tutti: però, chissà perché, ci mettono sempre un sorriso dentro.






















